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Pomeriggio ad Avonlea

 

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Questa bambina dagli occhi grandi come laghi, i capelli ordinatamente pettinati con riga in mezzo e trecce e l’espressione vagamente enigmatica è Lucy Maud Montgomery, nata nell’Isola di Prince Edward, in Canada, nel 1874. Forse se vi dicessi che è una delle più brave scrittrici dell’universo conosciuto e che in questa foto assomiglia terribilmente alla sua eroina più famosa, la riconoscereste per l’autrice di Anne of Green Gables (1908), nota in Italia come Anna dai capelli rossi; la vita di Lucy M. Montgomery somiglia così tanto ad un romanzo che un breve riassunto non le renderebbe giustizia, ma basterebbe leggere qualche notizia anche solo su Wikipedia per capire quanto la vita di Maud abbia contribuito a dare spessore a quella di Anne.

 

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Le vicende tragicomiche di Anne sono note al grande pubblico soprattutto grazie al cartone animato della Nippon Animation, trasmesso in Italia dalla Rai a partire dal 1980: l’anime di Anne dura 50 episodi, che ricalcano fedelmente i romanzi della Montgomery, perfino nei dialoghi. La fedeltà ai romanzi, la caratterizzazione delicata dei personaggi, la bellezza “impressionista” degli scenari (non dimentichiamoci che c’è lo zampino del mitico Hayao Miyazaki… per intenderci, dico solo Conan!), fanno di questo cartone animato un piccolo capolavoro, che da bambina mi ha appassionato e incuriosito al punto da cercare tutte le informazioni possibili sulla irresistibile ragazzina dalle trecce rosse: posso affermare che è stato grazie a questo cartone animato che ho letto una serie di romanzi su Anne, Gilbert e i loro figli, le cui storie coprono un lasso di tempo di circa 60 anni, fino alla prima guerra mondiale. Ad essere sincera non ho ancora finito di leggere la saga di Anne, anche perché non tutti i romanzi sono stati pubblicati in italiano: su Amazon si trova qualcosa in lingua originale, ma se il vostro libraio è spettacolare come il mio, sarà in grado di farvi arrivare i volumi in libreria… diciamocelo, tutta un’altra cosa!

La storia di Anne, in particolare la sua infanzia, si svolge nell’Isola di Prince Edward, più precisamente nella cittadina di Avonlea, dove Lucy M. Montgomery ha ambientato anche una serie di storie “parallele”, che talvolta si intrecciano con quella della sua più nota eroina; in particolare The Story Girl (1911)  e The Golden Road (1913) raccontano le vicende di alcune famiglie di Avonlea, privilegiando il punto di vista dei personaggi più giovani, la cui vita la scorre talvolta serenamente, talvolta dolorosamente… perché è vita reale. Forse è proprio questo l’aspetto che preferisco della poetica di Lucy M. Montgomery, la sua ammirevole capacità di descrivere l’incanto dell’infanzia senza separarla dalla realtà, perché l’incanto rimane tale nonostante i dolori della vita non risparmino i giovanissimi protagonisti; “The Golden Road”, la via dorata dell’infanzia diventa così ancora più preziosa, perché sarà un rifugio in cui passeggiare in ogni momento della vita per ritrovare se stessi.

The Story Girl e The Golden Road sono i due romanzi da cui è tratto il telefilm “Road to Avonlea”, trasmesso su Rai 3 alle 15.05 circa dal lunedì al venerdì; prodotto dalla Sullivan Entertainment (la stessa casa di produzione che ha curato la serie ispirata ad Anne dai capelli rossi e che in Canada e in America ha avuto un enorme successo di pubblico), il telefilm consta di ben 7 serie e racconta le vicende della piccola Sara Stanley e dei suoi cugini Felicity, Felix e Cecily King, intorno ai quali ruotano un’infinità di personaggi davvero meravigliosi, cito per tutti la terribile zia Hetty King e il giovane violinista e guardiano del faro Gus Pike.

 

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Naturalmente ciascuno di noi ha i propri gusti in fatto di libri, film e telefilm, ma se vi capita di essere a casa alle tre del pomeriggio e come me trovate insopportabili i programmi di pseudo-cronaca  di tutti i colori che trasmettono a quell’ora, lasciatevi trasportare ad Avonlea e godetevi un po’ di quell’incanto che questa serie saprà regalarvi. Che dire per convincervi? L’Isola di Prince Edward è uno scenario incantevole in ogni stagione (la mia preferita è l’inverno sempre nevoso…), i costumi sono curati in ogni dettaglio, non solo quelli vaporosi di tulle delle donne, ma anche gli abiti maschili da ballo, da cricket e da lavoro, le sceneggiature non sono mai banali e il tema principale di ogni episodio è sempre trattato da diversi punti di vista, mai in modo superficiale… e, ah, i giovani attori!

 

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Potreste mai pensare ad un Felix King con un’altra faccia? Seguite qualche episodio della serie e sono sicura che sarete d’accordo con me!

 

Personalmente adoro questo telefilm (penso si sia capito ormai…), perché si tratta di uno di quei rari casi in cui un programma televisivo mi ha trasmesso le stesse emozioni di un romanzo, ma non sarei sincera se non dicessi che ho dei bellissimi ricordi legati alla prima volta che ho visto questa serie e che me la fanno amare ancor di più.

Grazie a mia madre, che si godeva queste storie e me le ha fatte conoscere.

Un saluto,

Della

Mobile..qual piuma al vento..

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Non ne posso più. I film e i telefilm traboccano di donnine belle, isteriche e sessualmente instabili. Non è giusto, non è reale. E ve lo dice una che ha amato moltissimo “Sex and the City”, le prime serie soprattutto, perchè le protagoniste erano ancora vere in misura accettabile e si, potevi ancora immedesimarti nelle loro storie e goderti il “graffio” della serie, quel modo schietto e ironico di parlare di sesso che non si era mai sentito (e visto) prima… oggi non so quante donne potrebbero sentire di avere qualcosa in comune con la Carrie dei film, insomma, personalmente seguo le vicende delle amiche newyorkesi solo per affetto ormai. Quello che davvero non sopporto è che si dipingano le donne come esseri assolutamente instabili, che desiderano sempre il contrario di ciò che hanno, a cui non va bene mai niente e che hanno sempre a che fare con uomini bastardi che le deludono. Insomma queste donne mi hanno stancato, questi esserini così sensibili da cambiare umore 20 volte nel giro di 5 minuti, altro che sindrome premestruale, che si consolano a colpi di shopping costosissimo e superalcolici con le amiche, le uniche due o tre donne che non odiano nell’universo, e che vorrebbero il vero amore,  ma per ottenerlo spesso si rifugiano dal parrucchiere o da Prada e poi, bum!, sentono questo fortissimo desiderio di maternità e bramano il pupo come fosse l’ultima infernale invenzione di Steve Jobs. Quindi: se incontrano un uomo che le vorrebbe portare all’altare, scappano per difendere la loro indipendenza, se lui non le vuole sposare, e che bastardi ‘sti uomini, se il pupo  arriva non lo vogliono, se non arriva, sarò per sempre donna a metà. Insomma, troppo spesso cinema e tv dipingono le donne come esseri che non sanno quello che vogliono e che non sanno affrontare le situazioni in un modo  diverso da un attacco isterico e questa secondo me è una assoluta falsità. Le donne sono più sensibili degli uomini? Non ci giurerei affatto e, se anche fosse, riescono a dissimulare molto bene il loro stato d’animo, perchè sanno quando possono lasciarsi andare alle emozioni e quando no. Lo so, sullo schermo, piccolo o grande che sia, “quella è finzione”, ma mi piacerebbe vedere una donna più interessante, meno “mobile”, più sfaccettata, sessualmente libera, ma non per questo ninfomane. Dove troviamo le donne reali, in una storia al cinema o in tv? Non dico che non ci siano, ma sono poche davvero. Forse una di quelle che ho più odiato è stata Ally McBeal, il prototipo di donna instabile per eccellenza, a cui non stava mai bene niente… eppure mi faceva ridere all’inizio, ma alla fine mi ha stancata. Oggi credo che una delle peggiori sia Meredith di Grace Anathomy: anche quella, certo ne ha passate tante e bla bla bla, ma mai che qualcosa la renda felice e quel poveraccio di  Patrick Dempsey, dottore FINTO/PERFETTO, non fa altro  che amarla e volerla proteggere e farsi una famiglia, ma lei no, pensa e rimugina, perennemente imbambolata (bisogna essere bellocce del resto per comportarsi così…), e rimugina e rimugina e si rifugia nelle amiche, che sono peggiori una dell’altra e che al lavoro si fanno la guerra per emergere (questo forse è l’unico  aspetto realistico).

Sarà che ho conosciuto una signora speciale, nel mio nuovo quartiere, forse un po’ sola e desiderosa di chiacchierare, che mi ha raccontato una parte della sua vita, il suo lavoro, la sua famiglia, il motivo per cui non è rimasta nella sua bellissima città a godersi la  pensione circondata dalle  amicizie di sempre e si è trasferita qui a Quartello, per ricominciare una vita che, le auguro, possa essere serena e appagante… perchè una nuova vita non è solo quella che comincia una giovane coppia, che mette su casa, ma anche  quella di una donna che vuole scoprire il mare a quasi 70 anni. Sarà per questo che poi ho provato fastidio nel vedere mezza puntata dell’ennesimo telefilm glamour/ospedaliero con donne isteriche.

Ci meritiamo personaggi femminili migliori, storie migliori.. e non parlo di storie drammatiche, no, perchè sono convinta che la vita sia una commedia… ma le buone commedie sanno far piangere di nascosto, fra un sorriso e una risata.