lucy maud montgomery

La lunga strada per Alice Munro

 

Alice Munro

Alice Munro

Quando Alice Munro ha vinto il Premio Nobel per la letteratura ho pensato che fosse giunto il momento di leggere i suoi racconti. Avevo rimandato l’incontro con questa scrittrice in diverse occasioni, condizionata dalle critiche, positive, che avevo letto sul suo stile, sulla sua maestria nel “racconto breve”, sulla sua capacità di raccontare le donne. So fin troppo bene che, spesso, leggere “di uno scrittore” prima che “lo scrittore” comporta l’insinuarsi di aspettative e giudizi affrettati, ma nel caso di Alice Munro è stata proprio questa idea di “femminilità rivelata” a frenarmi, fino al Premio Nobel: l’esposizione mediatica è stata quasi una sfida per me, mi sono detta “Eccoti ancora qui, Alice Munro, vediamo se hai davvero qualcosa di speciale da raccontarmi”.

Così ho letto Alice Munro, senza sapere di averla già incontrata, di aver già cominciato a calpestare i sassolini di quella strada che mi avrebbero condotta fino a “Nemico, amico, amante…”, una strada iniziata molti anni fa con un’altra grande scrittrice canadese, Lucy Maud Montgomery, la creatrice di Anne Shirley, Anna dai capelli rossi, e di un universo di personaggi le cui storie si intrecciano nell’Isola di Prince Edward, più precisamente, nell’immaginaria cittadina di Avonlea.

Nei romanzi intitolati “The Story Girl” (1911)  e “The Golden Road” (1913) la Montgomery racconta, in particolare, le vicende di un gruppo di giovani cugini, che trascorrono insieme alcuni anni della loro infanzia; fra loro, la piccola Sarah Stanley, “The Story Girl”, che ama raccontare storie. Sarah Stanley è la protagonista, insieme ai suoi tanti cugini e zii, del telefilm “Road to Avonlea”, tratto dai romanzi della Montgomery, un successo mondiale, durato ben 7 stagioni, durante le quali i giovani protagonisti sono cresciuti, attraversando “The Golden Road”, la via dorata dell’infanzia.

Sara Stanley

Sara Stanley, dal telefilm Road to Avonlea

Se volete saperne di più su Avonlea, vi rimando ad un mio precedente post, che potete leggere QUI; vorrei tornare a Sara Stanley, ora, e alla giovane attrice che l’ha interpretata, Sara Polley, che oggi ha 35 anni e continua recitare, ma soprattutto, è diventata una stimata regista.

Sarah Polley

Sarah Polley mentre dirige uno dei suoi film

 

Personalmente l’ho seguita nelle sue interpretazioni  de “Il segreto dell’acqua” di Katherine Bigelow e “Mr. Nobody” di Dormael, ma soprattutto ho potuto apprezzarla come regista nel suo primo lungometraggio “Away from her – Lontano da lei”, una storia d’amore dolce e crudele, che esplora le dinamiche del rapporto fra due coniugi, quando “lei”, una splendida Julie Christie candidata all’Oscar e vincitrice del Golden Globe, si ammala di Alzheimer e decide di ricoverarsi in un istituto. Una storia triste, certo, ma sarebbe superficiale etichettarla in questo modo, perché il racconto è al contempo lucido e cinico, irrazionale e surreale, come lo è la malattia di cui parla.

Julie Christie nel film "Away from her"

Julie Christie nel film “Away from her”

Torniamo ad Alice Munro, al suo Premio Nobel e alla decisione di leggerla, finalmente. Ho iniziato da “Nemico, amico, amante…” e lo stupore mi ha afferrata parola dopo parola, riga dopo riga, perché tutto ciò che leggevo era vero. Ecco, se dovessi scegliere un aggettivo per la scrittura di Alice Munro, direi che è vera, non realistica, per quanto spesso decisamente cruda, ma vera, nel senso che non c’è finzione nel suo raccontare, non ci sono personaggi, passatemi questa espressione un po’ retorica, ma persone. Coraggio, debolezza, ossessione, meschinità, tutte mescolate insieme vanno a comporre queste “persone” e spesso ti riconosci in un loro pensiero, in un comportamento ostinatamente mantenuto, in una situazione in cui avresti reagito allo stesso modo.

Certo, Alice Munro spesso racconta di anni ormai lontani, ma nonostante i mutamenti della società, la lucidità con cui racconta le donne, e non solo, travalica le conquiste dell’emancipazione femminile e svela meccanismi mentali che fanno parte degli umani “vizi e virtù”, non importa quale sia il continente di cui percorrete le strade o la vostra estrazione sociale. Ci sarà spesso, se non sempre, nei racconti di Alice Munro, qualcosa che vi appartiene, farete fatica ad ammetterlo, e ci sarà sempre anche quel pizzico di incanto, nel leggere della bellezza e della sorpresa, della speranza e della felicità che la vita può regalarvi inaspettatamente, così mescolate all’attesa, al dolore e alle delusioni che è quasi impossibile riconoscerle.

Fin troppo velocemente arrivo a “The bear came over the mountain”, l’ultimo racconto della raccolta “Nemico, amico, amante…” e, parola dopo parola, leggo di una coppia che deve affrontare l’Alzheimer. La malattia di lei è dolorosa e devastante, ma incredibilmente si trasforma in un’occasione di sincerità, di onestà rispetto a tanti anni trascorsi insieme, forse caratterizzati da pensieri e sentimenti inespressi, per mera routine o per quieto vivere.

Conosco questa storia, mi dico, seppur riadattata per il cinema, è la stessa che la regista Sara Polley ha raccontato nel suo primo lungometraggio, così scopro che “Away from her”, il film con Julie Christie di cui ho scritto, è un adattamento di questo racconto di Alice Munro, che ha anche collaborato alle stesura della sceneggiatura.

Il cerchio di scrittrici, attrici e registe canadesi è chiuso e sono incantata dalla casualità così “vera” che mi ha portata fino ad Alice Munro… senza che lo sapessi.

Alice Munro in un'immagine recente

Alice Munro in un’immagine recente

 

Pomeriggio ad Avonlea

 

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Questa bambina dagli occhi grandi come laghi, i capelli ordinatamente pettinati con riga in mezzo e trecce e l’espressione vagamente enigmatica è Lucy Maud Montgomery, nata nell’Isola di Prince Edward, in Canada, nel 1874. Forse se vi dicessi che è una delle più brave scrittrici dell’universo conosciuto e che in questa foto assomiglia terribilmente alla sua eroina più famosa, la riconoscereste per l’autrice di Anne of Green Gables (1908), nota in Italia come Anna dai capelli rossi; la vita di Lucy M. Montgomery somiglia così tanto ad un romanzo che un breve riassunto non le renderebbe giustizia, ma basterebbe leggere qualche notizia anche solo su Wikipedia per capire quanto la vita di Maud abbia contribuito a dare spessore a quella di Anne.

 

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Le vicende tragicomiche di Anne sono note al grande pubblico soprattutto grazie al cartone animato della Nippon Animation, trasmesso in Italia dalla Rai a partire dal 1980: l’anime di Anne dura 50 episodi, che ricalcano fedelmente i romanzi della Montgomery, perfino nei dialoghi. La fedeltà ai romanzi, la caratterizzazione delicata dei personaggi, la bellezza “impressionista” degli scenari (non dimentichiamoci che c’è lo zampino del mitico Hayao Miyazaki… per intenderci, dico solo Conan!), fanno di questo cartone animato un piccolo capolavoro, che da bambina mi ha appassionato e incuriosito al punto da cercare tutte le informazioni possibili sulla irresistibile ragazzina dalle trecce rosse: posso affermare che è stato grazie a questo cartone animato che ho letto una serie di romanzi su Anne, Gilbert e i loro figli, le cui storie coprono un lasso di tempo di circa 60 anni, fino alla prima guerra mondiale. Ad essere sincera non ho ancora finito di leggere la saga di Anne, anche perché non tutti i romanzi sono stati pubblicati in italiano: su Amazon si trova qualcosa in lingua originale, ma se il vostro libraio è spettacolare come il mio, sarà in grado di farvi arrivare i volumi in libreria… diciamocelo, tutta un’altra cosa!

La storia di Anne, in particolare la sua infanzia, si svolge nell’Isola di Prince Edward, più precisamente nella cittadina di Avonlea, dove Lucy M. Montgomery ha ambientato anche una serie di storie “parallele”, che talvolta si intrecciano con quella della sua più nota eroina; in particolare The Story Girl (1911)  e The Golden Road (1913) raccontano le vicende di alcune famiglie di Avonlea, privilegiando il punto di vista dei personaggi più giovani, la cui vita la scorre talvolta serenamente, talvolta dolorosamente… perché è vita reale. Forse è proprio questo l’aspetto che preferisco della poetica di Lucy M. Montgomery, la sua ammirevole capacità di descrivere l’incanto dell’infanzia senza separarla dalla realtà, perché l’incanto rimane tale nonostante i dolori della vita non risparmino i giovanissimi protagonisti; “The Golden Road”, la via dorata dell’infanzia diventa così ancora più preziosa, perché sarà un rifugio in cui passeggiare in ogni momento della vita per ritrovare se stessi.

The Story Girl e The Golden Road sono i due romanzi da cui è tratto il telefilm “Road to Avonlea”, trasmesso su Rai 3 alle 15.05 circa dal lunedì al venerdì; prodotto dalla Sullivan Entertainment (la stessa casa di produzione che ha curato la serie ispirata ad Anne dai capelli rossi e che in Canada e in America ha avuto un enorme successo di pubblico), il telefilm consta di ben 7 serie e racconta le vicende della piccola Sara Stanley e dei suoi cugini Felicity, Felix e Cecily King, intorno ai quali ruotano un’infinità di personaggi davvero meravigliosi, cito per tutti la terribile zia Hetty King e il giovane violinista e guardiano del faro Gus Pike.

 

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Naturalmente ciascuno di noi ha i propri gusti in fatto di libri, film e telefilm, ma se vi capita di essere a casa alle tre del pomeriggio e come me trovate insopportabili i programmi di pseudo-cronaca  di tutti i colori che trasmettono a quell’ora, lasciatevi trasportare ad Avonlea e godetevi un po’ di quell’incanto che questa serie saprà regalarvi. Che dire per convincervi? L’Isola di Prince Edward è uno scenario incantevole in ogni stagione (la mia preferita è l’inverno sempre nevoso…), i costumi sono curati in ogni dettaglio, non solo quelli vaporosi di tulle delle donne, ma anche gli abiti maschili da ballo, da cricket e da lavoro, le sceneggiature non sono mai banali e il tema principale di ogni episodio è sempre trattato da diversi punti di vista, mai in modo superficiale… e, ah, i giovani attori!

 

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Potreste mai pensare ad un Felix King con un’altra faccia? Seguite qualche episodio della serie e sono sicura che sarete d’accordo con me!

 

Personalmente adoro questo telefilm (penso si sia capito ormai…), perché si tratta di uno di quei rari casi in cui un programma televisivo mi ha trasmesso le stesse emozioni di un romanzo, ma non sarei sincera se non dicessi che ho dei bellissimi ricordi legati alla prima volta che ho visto questa serie e che me la fanno amare ancor di più.

Grazie a mia madre, che si godeva queste storie e me le ha fatte conoscere.

Un saluto,

Della