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UNIA (Uniti Nell’ Immortal Amore)

Grazie a Clarina e all’invito presentatomi nel suo blog “Senza Errori di Stumpa” partecipo ad un gioco molto interessante, che invita a parlare di libri, rispondendo ad alcune domande. L’acronimo UNIA, così viene definito questo “premio”, è stato da me interpretato come nel titolo del post, intendendo l’amore per la letteratura; credo che  il mistero del suo vero significato non sia ancora stato svelato, quindi se avete idee in merito… ebbene, sbizzarritevi!

Passiamo alle domande:

1) Qual’è il primo libro che hai letto in assoluto?

Il giro del mondo in ottanta giorni di Jules Verne. E’ stata una folgorazione, il libro che mi ha fatto amare la lettura. Non riuscivo a staccarmi da quelle pagine, nonostante morissi di sonno, e ricordo la stretta al cuore, dopo averlo finito… un lieto fine di cui ero contenta, certo, ma mi sentivo abbandonata e la mia vita di bambina sembrava così noiosa rispetto alle avventure vissute da Phileas Fogg e Passepartout! Ancora oggi, lo confesso, questa sensazione d’abbandono mi accompagna quando finisco un libro che ho amato… e ancora oggi ho una predilezione per i personaggi maschili burberi… almeno in apparenza!

2) Hai mai fatto un sogno ispirato ad un libro che hai letto? Se si, racconta.

Mi è capitato spesso, ma il sogno che ricordo con più dolcezza è stato quello in cui abitavo ad Avonlea, la cittadina di Anne Shirley, meglio nota come Anna dai capelli rossi. E’ un sogno confuso, impalpabile direi, in cui ero Anne, ma anche me stessa, una piccola amica della lentigginosa ragazzina che vagabondava per boschi e spiagge insieme a Diana Barry e Gilbert Blythe; per la verità Gilbert era una presenza imposta dal mio subconscio, perchè finchè Anne è stata bambina lo ha detestato… romantica pure nei sogni, mannaggia!

3) Qual’è la prima cosa che ti colpisce in un libro? La copertina, la trama o il titolo?

Il titolo mi attira, certo, ma non basta. Ho bisogno di una trama, per quanto minima. Spesso poi, prima di comprare un libro, leggo qualche frase, scegliendo delle pagine a caso… anche l’inizio è importante: se l’attacco mi incuriosisce, se non riesco a non voltare pagina… è fatta!

4) Ti è mai capitato di piangere per la morte di un personaggio?

Ho bagnato le pagine per tanti, ma le lacrime più amare le ho versate per Ettore, principe di Troia. Ero solo una ragazzina, ma la sua morte mi sembrava così ingiusta e lo strazio del corpo martoriato da Achille così insopportabile che la rabbia mi ha completamente sopraffatta. Certo, poi c’è la piccola Beth March… fazzolettini, a me!

5) Qual’è il tuo genere preferito?

Difficilissima domanda. Detesto la parola “fantasy”. Preferisco “romanzo epico-cavalleresco”. Detesto “letteratura per ragazzi”, ma molti dei libri che amo sono etichettati così. E Virginia Woolf? Difficilissima domanda.

6) Hai mai incontrato uno scrittore?

Dario Fo, a passeggio per Cagliari. L’ho riconosciuto, lui ha sorriso, io ho sorriso. E via di passeggiata. Alessandro Baricco, dopo un incontro al Conservatorio di Cagliari.

7) Posta un’immagine che rappresenta cosa significa per te la lettura.

La libreria protagonista dello scambio epistolare fra Helene Hanff, scrittrice che meriterebbe maggior gloria e traduzioni in Italia, e il libraio Frank Doel: 84, Charing Cross Road.

84_Charing_Cross_Road.jpg

Bartel di Pietraluce e Vania, che ne dite di partecipare? L’invito è aperto a chiunque provi “l’immortal amore”…

Un saluto, Della

Pane e Rose

“Vogliamo il pane… ma anche le rose!”

Poche parole per rivendicare un giusto salario e una possibilità: vivere una vita che non sia solo soddisfazione dei bisogni primari, il pane sulla tavola, ma anche “godimento”, un viaggio a lungo desiderato, un vestito che non sia utile e pratico, un abbonamento a teatro o allo stadio.

Lo slogan, che riprende un celebre passo dell’opera di Karl Marx, venne coniato nel 1912 dalle operaie di una delle fabbriche più grandi e produttive dell’industria tessile negli Stati Uniti, che chiedevano giuste condizioni di lavoro e la fine delle discriminazioni sessuali e razziali; all’epoca si veniva pagati in base al sesso e all’etnia di appartenenza e, udite udite, gli italiani, in quanto ultimi arrivati nella triste gara dell’immigrazione in America, erano quelli pagati di meno, 6 dollari l’ora o poco più.

“Bread and Roses” è il titolo di un film di Ken Loach del 2000, la storia di Maya (Pilar Padilla), che arriva clandestinamente a Los Angeles dal Messico per lavorare nella stessa impresa di pulizie in cui da anni viene sfruttata sua sorella maggiore Rosa, insieme a tanti altri immigrati senza diritti, ma terrorizzati al pensiero di perdere quel poco che hanno. Maya conosce Sam (Adrien Brody), un giovane sindacalista insieme al quale riesce ad organizzare una riunione degli operai, parole, che parole!, per convincerli a chiedere giuste condizioni di lavoro: l’amicizia, forse l’amore?, fra Maya e Sam rappresenta l’incontro fra mondi diversi e il superamento di quella diffidenza che spesso nasce dall’ignoranza subita e dalla paura di rimanere sempre “fregati”. Gli operai decideranno di lottare, ma per Maya imparare a fidarsi e combattere non sarà facile ne’ privo di conseguenze.

Le mie “rose” oggi sono la Fantasia. I bambini che abitano nei famigerati “quartieri disagiati” d’Italia hanno diritto al pane, ma anche alle rose; troppo spesso, dedicandomi all’assistenza allo studio in famiglie problematiche, ho sentito dire “meglio che impari un mestiere” e “non si può essere tutti avvocati”, ma anche discriminazioni più sottili, quando insistevo perchè i ragazzini sotto la mia responsabilità si impegnassero nella lettura di un romanzo a settimana nella speranza che Jo March, Phileas Fogg o Anne Shirley li portassero via con loro per qualche ora. “Che impari bene a fare le divisioni” o “Gli inculchi i congiuntivi, a quello”, altro che avventure in giro per il mondo, in soli 80 giorni poi.

Come se nei quartieri disagiati, ai bambini  bastasse e avanzasse imparare a far di conto, che errore, dico io, e che spreco, sono fermamente convinta che le attività definite “integrative”, come disegno o recitazione, siano il mezzo migliore per educare e appassionare i bambini allo studio, soprattutto quei bambini che , sembra brutale dirlo, sono nati in una famiglia o in un quartiere che inevitabilmente offriranno loro meno possibilità.

Università. Sempre più completa, l’offerta formativa, sempre più alte, le tasse. Giurate di non aver mai sentito qualcuno dire “Oggi tutti vogliono andare all’università, vogliono laurearsi, ma nessuno vuole più fare il panettiere, il contadino, l’idraulico”. Lo so, grazie alle ultime riforme universitarie gli atenei italiani sfornano laureati ignoranti e inabili a qualunque lavoro e, credetemi, rispetto il lavoro del panettiere, del contadino, dell’idraulico, figure professionali che devono studiare per riuscire nel loro mestiere. Ma perchè, perchè questi discorsi non si fanno mai ai figli di medici, avvocati, insegnanti? Che male ci sarebbe se la figlia di Dottor Bisturi decidesse di mettersi a sfornare calde e fragranti brioches? Del resto, servono eccome i bravi panettieri.

La regola è: ognuno al suo posto. Sono schifata da questo meccanismo, che si innesca fin da bambini, in molti casi, e che è latente nel sistema scolastico italiano, a tutti i livelli.

Se si vuole sperare di cambiare la società (“Utopia, utopia!”), servono il pane e le rose, ma a moltissimi bambini bisogna innanzitutto insegnare che le rose esistono, che le possono pretendere, anche se non sono nati da dottori in quartieri residenziali con i giardinetti curati.

Per far questo, l’unico mezzo che conosco è la Fantasia.

Fonderò un sindacato, a tutela di questo bene prezioso.

Non sono previsti oboli da versare, per farne parte, ma solo una biblioteca di idee da diffondere.

Un saluto,

Della

Virginia vs James

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Virginia Woolf e James Joyce non sono scrittori da affrontare con superficialità. Occorre aver studiato un bel po’ di letteratura per sperare di capirli, occorre affrontare la crisi del Novecento. Quando, insieme all’Ulisse, il mio buon libraio mi consegnò anche una “Guida alla lettura”, rimasi scandalizzata: in seguito la guida mi fu utile a comprendere molti riferimenti, ad avere verso il sacro testo un approccio scolastico utile a superare l’esame di letteratura inglese, ma se mi avessero chiesto una opinione personale, avrei detto che trovavo detestabile l’impalcatura artificiale del libro, fin troppo paradigmatica, questa giornata di Leopold Bloom, fin troppo maschilista, questa descrizione di Molly, questo suo guardare agli uomini che orbitano attorno a lei prima di tutto come possibili prede sessuali. Il libro è un capolavoro, è un viaggio: cercare di scoprire il senso di ogni episodio, di ogni incontro, cogliere i riferimenti cromatici, musicali, delle parole, scoprire l’ispirazione, le citazioni, le critiche, le denunce, dentro ogni capitolo. Ma ancora, l’Ulisse mi sembra un falso, una visione artefatta della vita, frutto della genialità consapevole di uno scrittore che ha vissuto l’inizio del Novecento da uomo.

09Virginia-Woolf.jpgLa scoperta di Virginia Woolf  è stata una rivoluzione per me. Non c’era una guida alla lettura con Al faro, ma ho dovuto trovare la mia strada per lasciarmi trasportare dal flusso: per me è stato come vedere la realtà passando attraverso una visione, il che forse può essere considerato un ossimoro. Nessun libro mi è mai sembrato più vero de “Le onde”, non potrei definirlo un racconto, la vita ci scorre dentro senza che l’autrice la racconti, eppure è tutta lì dentro, tutta… ed è terribile, più reale che nei romanzi di Zola o di Verga, a mio parere.

Ho ripreso da poco a studiare. Sono decisamente fuoricorso e devo laurearmi entro il 2012, altrimenti sarò obbligata a re-iscrivermi, la vita, terribilmente reale, mi ha portato lontano dall’università, ma non dall’amore per la letteratura.  Quando ho affrontato lo studio di James Joyce e di Virginia Woolf per la prima volta, ricordo di aver pensato che sono autori fondamentali, che tutti dovrebbero darsi un’opportunità di incontrare… spero che la mia laurea serva anche a questo, a portare “la gente”, quella vera, a confrontarsi con autori che hanno saputo cogliere la realtà del  loro mondo in modo sublime, nel senso terrificante del termine.

Le esigenze della vita reale mi hanno allontanata dallo studio, ma posso dire con certezza che ora apprezzo e, forse comprendo, più sottilmente la letteratura che da matricola mi sforzavo di interpretare…  nonostante ciò, ancora oggi, propendo decisamente per Virginia.

E voi?