cinema e tv

La lunga strada per Alice Munro

 

Alice Munro

Alice Munro

Quando Alice Munro ha vinto il Premio Nobel per la letteratura ho pensato che fosse giunto il momento di leggere i suoi racconti. Avevo rimandato l’incontro con questa scrittrice in diverse occasioni, condizionata dalle critiche, positive, che avevo letto sul suo stile, sulla sua maestria nel “racconto breve”, sulla sua capacità di raccontare le donne. So fin troppo bene che, spesso, leggere “di uno scrittore” prima che “lo scrittore” comporta l’insinuarsi di aspettative e giudizi affrettati, ma nel caso di Alice Munro è stata proprio questa idea di “femminilità rivelata” a frenarmi, fino al Premio Nobel: l’esposizione mediatica è stata quasi una sfida per me, mi sono detta “Eccoti ancora qui, Alice Munro, vediamo se hai davvero qualcosa di speciale da raccontarmi”.

Così ho letto Alice Munro, senza sapere di averla già incontrata, di aver già cominciato a calpestare i sassolini di quella strada che mi avrebbero condotta fino a “Nemico, amico, amante…”, una strada iniziata molti anni fa con un’altra grande scrittrice canadese, Lucy Maud Montgomery, la creatrice di Anne Shirley, Anna dai capelli rossi, e di un universo di personaggi le cui storie si intrecciano nell’Isola di Prince Edward, più precisamente, nell’immaginaria cittadina di Avonlea.

Nei romanzi intitolati “The Story Girl” (1911)  e “The Golden Road” (1913) la Montgomery racconta, in particolare, le vicende di un gruppo di giovani cugini, che trascorrono insieme alcuni anni della loro infanzia; fra loro, la piccola Sarah Stanley, “The Story Girl”, che ama raccontare storie. Sarah Stanley è la protagonista, insieme ai suoi tanti cugini e zii, del telefilm “Road to Avonlea”, tratto dai romanzi della Montgomery, un successo mondiale, durato ben 7 stagioni, durante le quali i giovani protagonisti sono cresciuti, attraversando “The Golden Road”, la via dorata dell’infanzia.

Sara Stanley

Sara Stanley, dal telefilm Road to Avonlea

Se volete saperne di più su Avonlea, vi rimando ad un mio precedente post, che potete leggere QUI; vorrei tornare a Sara Stanley, ora, e alla giovane attrice che l’ha interpretata, Sara Polley, che oggi ha 35 anni e continua recitare, ma soprattutto, è diventata una stimata regista.

Sarah Polley

Sarah Polley mentre dirige uno dei suoi film

 

Personalmente l’ho seguita nelle sue interpretazioni  de “Il segreto dell’acqua” di Katherine Bigelow e “Mr. Nobody” di Dormael, ma soprattutto ho potuto apprezzarla come regista nel suo primo lungometraggio “Away from her – Lontano da lei”, una storia d’amore dolce e crudele, che esplora le dinamiche del rapporto fra due coniugi, quando “lei”, una splendida Julie Christie candidata all’Oscar e vincitrice del Golden Globe, si ammala di Alzheimer e decide di ricoverarsi in un istituto. Una storia triste, certo, ma sarebbe superficiale etichettarla in questo modo, perché il racconto è al contempo lucido e cinico, irrazionale e surreale, come lo è la malattia di cui parla.

Julie Christie nel film "Away from her"

Julie Christie nel film “Away from her”

Torniamo ad Alice Munro, al suo Premio Nobel e alla decisione di leggerla, finalmente. Ho iniziato da “Nemico, amico, amante…” e lo stupore mi ha afferrata parola dopo parola, riga dopo riga, perché tutto ciò che leggevo era vero. Ecco, se dovessi scegliere un aggettivo per la scrittura di Alice Munro, direi che è vera, non realistica, per quanto spesso decisamente cruda, ma vera, nel senso che non c’è finzione nel suo raccontare, non ci sono personaggi, passatemi questa espressione un po’ retorica, ma persone. Coraggio, debolezza, ossessione, meschinità, tutte mescolate insieme vanno a comporre queste “persone” e spesso ti riconosci in un loro pensiero, in un comportamento ostinatamente mantenuto, in una situazione in cui avresti reagito allo stesso modo.

Certo, Alice Munro spesso racconta di anni ormai lontani, ma nonostante i mutamenti della società, la lucidità con cui racconta le donne, e non solo, travalica le conquiste dell’emancipazione femminile e svela meccanismi mentali che fanno parte degli umani “vizi e virtù”, non importa quale sia il continente di cui percorrete le strade o la vostra estrazione sociale. Ci sarà spesso, se non sempre, nei racconti di Alice Munro, qualcosa che vi appartiene, farete fatica ad ammetterlo, e ci sarà sempre anche quel pizzico di incanto, nel leggere della bellezza e della sorpresa, della speranza e della felicità che la vita può regalarvi inaspettatamente, così mescolate all’attesa, al dolore e alle delusioni che è quasi impossibile riconoscerle.

Fin troppo velocemente arrivo a “The bear came over the mountain”, l’ultimo racconto della raccolta “Nemico, amico, amante…” e, parola dopo parola, leggo di una coppia che deve affrontare l’Alzheimer. La malattia di lei è dolorosa e devastante, ma incredibilmente si trasforma in un’occasione di sincerità, di onestà rispetto a tanti anni trascorsi insieme, forse caratterizzati da pensieri e sentimenti inespressi, per mera routine o per quieto vivere.

Conosco questa storia, mi dico, seppur riadattata per il cinema, è la stessa che la regista Sara Polley ha raccontato nel suo primo lungometraggio, così scopro che “Away from her”, il film con Julie Christie di cui ho scritto, è un adattamento di questo racconto di Alice Munro, che ha anche collaborato alle stesura della sceneggiatura.

Il cerchio di scrittrici, attrici e registe canadesi è chiuso e sono incantata dalla casualità così “vera” che mi ha portata fino ad Alice Munro… senza che lo sapessi.

Alice Munro in un'immagine recente

Alice Munro in un’immagine recente

 

L’inizio dei film

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Il cinema mi regala grandi emozioni. Amo generi diversi, diametralmente, mostruosamente opposti e, se un film mi ha colpito, desidero rivederlo per poter apprezzare meglio i dialoghi, le sfaccettature dei personaggi, i costumi.

Col tempo, però, e con il ripetersi delle visioni, ho capito che il momento di maggior soddisfazione, per me, consiste nell’assaporare i primi minuti, forse quindici, venti al massimo, in cui la storia che tanto mi ha appassionata si prepara  all’intreccio di trame che si scioglierà nel finale.

In quei momenti imparo a conoscere il mondo in cui si svolge la vicenda e lo sguardo può curiosare nel passato o tuffarsi nel futuro immaginato dagli sceneggiatori; se il film è ambientato nel presente, invece, il gioco consiste nel cogliere gli aspetti della quotidianità  che si condividono con i protagonisti… o che si vorrebbero condividere.

Forse sono proprio quei primi minuti che mi fanno amare i personaggi di un film, quando posso vederli mentre vivono la normalità, prima che la loro vita subisca il cambiamento che desiderano o temono… o in cui si trovano invischiati, loro malgrado, ma che comunque li cambierà per sempre.

Mi piace, l’inizio dei film, perché forse quello è il momento in cui i protagonisti ci somigliano di più: probabilmente non sono felici o semplicemente vivono la quotidianità, ignari di quanto sta per accadere loro, mentre tu, tu che guardi seduto sul divano, sai già che vivranno un’avventura, incontreranno un amore, avranno la loro storia. E sei felice per loro, ma li invidi, anche.

Li segui, quasi sperando che il momento in cui la loro esistenza si complicherà arrivi il più tardi possibile, intanto ti godi, che ne so, il loro appartamento newyorkese o il loro cottage nella campagna inglese, e noti un libro che hai letto anche tu sul loro comodino.

I minuti passano e il momento della svolta si avvicina, sai che presto la storia inizierà davvero, un po’  ti dispiace e un po’ lo desideri ormai, perché hai imparato a conoscere i personaggi e sai che ne hanno bisogno… tu ne hai bisogno.

Intanto però vivi quei minuti di immedesimazione, non importa che il film sia ambientato nell’Inghilterra di Orgoglio e Pregiudizio o in un’astronave klingoniana di Star Trek, i protagonisti del film aspettano la loro storia e tu sai che presto, nonostante i pericoli, la disperazione, le ferite, la vivranno… per questo ti somigliano, perché anche tu aspetti una storia.

E quando in sala le luci si spegneranno, ne avrai un’altra.

Un saluto,

Della

L’Isola, i bambini, le leggende: Treulababbu!

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È possibile raccontare come i bambini vedono e vivono il mondo? Ho sempre pensato che il regista giapponese Hayao Miyazaki, autore di capolavori quali Il mio vicino Totoro e La Citta’ Incantata, fosse un vero maestro nell’arte di raccontare lo speciale rapporto che i bambini hanno con la realtà, intendendo questa parola con un’accezione molto più ampia rispetto a quella degli adulti, per i quali il mondo sensibile è terribilmente limitato e pian piano si chiude, stringendo e schiacciando sotto il peso della cosiddetta “vita reale”, fatta di regole e responsabilità.

Domenica sera, al cinema, si è aperto uno squarcio su quel mondo di desideri e libertà in cui tutti noi abbiamo passeggiato durante i primi anni di vita, ma a “strappare il sipario” non sono stati degli incantevoli bambini giapponesi, bensì Efisio e Vincenzo, i due bambini sardi protagonisti del film “Treulababbu” (clicca per il sito) del regista Simone Contu, con la sceneggiatura di Bepi Vigna.

Lo ammetto: non sono una grande estimatrice del cinema sardo che spesso, con la pretesa del realismo, finisce per essere senza speranza, quasi che il nascere in una terra aspra arroccata sui monti o in un quartiere disagiato di città rappresenti una condanna a morte, e il riscatto, sociale e culturale, sia una chimera, un sogno infranto dallo squallore e dall’indifferenza. In “Treulababbu” ho finalmente trovato una Sardegna diversa rappresentata sul grande schermo, ho trovato le storie di due bambini che possono raccontare la nostra Isola al di là del mare.

Il primo episodio, intitolato “Sa regula”, è incentrato sul tema del confronto, articolato su diversi livelli: il piccolo Efisio si scontra con le regole degli adulti, capaci di essere intransigenti solo per giustificare se stessi, mentre il tradizionale sistema di valori del mondo agro-pastorale sardo, fatto di gesti e rituali antichi e sempre uguali, si confronta con la modernità, con un sistema educativo fatto di sotterfugi e gameboy, e se ne fa beffe. E questo stesso mondo agro-pastorale viene ritratto con la giusta prospettiva, non priva di rudezza, ma mai volgare.

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Nel secondo episodio, “Su molenti de Oramala” (L’asinello di Oramala), il piccolo Vincenzo cammina fra due mondi, quello reale, in cui la sua famiglia si è appena trasferita in Sardegna, e quello delle leggende dell’Isola, popolate di creature tanto affascinanti quanto inquietanti, che lo aiuteranno a realizzare il suo forte desiderio di riscatto, rispetto ai bambini del paese che lo hanno trattato come uno sciocco, un diverso. Questo episodio ha il grande merito di attingere all’immenso patrimonio di leggende popolari della Sardegna e di presentarle in maniera accattivante, tanto che credo sia impossibile non voler sapere qualcosa di più su Is Mammas Nieddas o sull’identità di Oramala…

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“Treulababbu” racconta i bambini e, insieme, le leggende di un’Isola dalla fortissima identità culturale e linguistica: se i costumi e i dialetti fossero diversi, potremmo pensare di essere volati in Irlanda o, con un balzo più ampio, in Giappone… Miyazaki, dunque, se Efisio e Vincenzo fossero tratteggiati con matite e colori.

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Cercate “Treulababbu” nei cinema, se potete, per godere delle storie di Efisio e Vincenzo, per vedere gli splendidi paesaggi della Sardegna centrale illuminati dalla luna piena, per conoscere le creature fantastiche dell’Isola e scoprirne gli arcani segreti… cercate un film diverso, in cui la lingua di Tzia Antona vi cullerà in un sonno non esattamente sereno, ma decisamente senza confini.

Un saluto,

Della

ps: cosa significa “Treulababbu”? Eh eh eh…

Impara a leggere ciò che il silenzioso amore ha scritto

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Quartello risplendeva, in quell’incantevole pomeriggio d’Aprile.

Guglielmo infilò il copione, l’I-pod e il blocco d’appunti nel monospalla, inforcò la bicicletta e pedalò piano verso i Giardini di Via Fiume, godendosi l’aria al sapore d’erba falciata, l’odore del “sughino verde”, così lo chiamava la sua sorellina Giulia. Aveva scelto una grande palma, Guglielmo, e si era accomodato all’ombra, sperando di riuscire a concentrarsi sulle battute: perchè Amleto era così contorto nell’esprimersi? Era quella la domanda! E ancora: per quale imperscrutabile motivo la Compagnia aveva scelto proprio una fosca tragedia per il debutto? Guglielmo conosceva la risposta, ma finse di dimenticarla. Il quartiere aveva finalmente inaugurato il centro culturale e a lui non era sembrato vero, poter seguire un corso di recitazione così vicino a casa sua, a Quartello, lo stesso rione che gli era parso così isolato e poco interessante appena un anno prima, quando la sua famiglia si era dovuta trasferire a causa degli affitti troppo alti di Cagliari. 

-E per cominciare avete deciso di mettere in scena la storia di un aristocratico depresso?!?- gli aveva chiesto sua madre incredula -Potevate scegliere qualcosa di più brioso!

Brioso, certo. Eppure Guglielmo aveva votato per Amleto senza la minima esitazione: il suo voto e quello di Elisabetta erano stati decisivi, perchè la metà della compagnia avrebbe preferito inscenare Molto rumore per nulla. 

Guglielmo amava recitare, ma le prove in Piazza dei Fortini non erano andate bene. Un attore imperfetto, così si era sentito sulla scena, e quando lei, Elisabetta, lo aveva fronteggiato con la sua Ofelia desiderosa di restituire i doni, lui, Guglielmo, aveva dimenticato le battute che conosceva a memoria, perchè la paura aveva preso il sopravvento. Paura di deludere gli abitanti del Quartiere, che si erano fermati con le buste della spesa o il fido amico a quattro zampe al guinzaglio, per vedere come se la cavavano i ragazzi del rione alle prese con fantasma paterno, vendetta, assassinio.  Paura di rovinare il lavoro di chi aveva ripulito la Piazza e liberato i Fortini della Seconda Guerra Mondiale dalle erbacce, per allestire una scena fantastica, un palco degno di un attore che non fosse imperfetto come lui, lo stesso Guglielmo che avrebbe baciato Elisabetta sulle guance e sulla bocca, subito, se la furia d’amore non avesse indebolito il suo cuore, colmandolo di sfiducia.

Perchè Elisabetta avrebbe dovuto amare lui, che non riusciva a rivolgerle la parola fuori dalla scena, che non era mai gentile, simpatico, sfacciatamente propositivo? Guglielmo sentiva che il suo amore cresceva ad ogni sguardo posato sul volto “elisabettiano” decorato di lentiggini, ma più il sentimento diventava insopportabilmente forte, più lui si allontanava da lei, quasi che emanasse un veleno che gli toglieva ogni forza, ogni coraggio.

-Ciao Guglielmo! Pronto per la grande prima?

Guglielmo tornò alla realtà, ai Giardini di Via Fiume e alla signora Alice Ford che lo aveva appena salutato: intanto Page, la meticcia dagli occhi nocciola, già lo stava leccando su tutta la faccia.

-Pronto… non saprei! Cercherò di fare del mio meglio…

-Panico da debutto, eh? In Inghilterra ho fatto recitare Amleto ai miei studenti innumerevoli volte, ma sempre, sempre il Principe di Danimarca veniva preso da lugubri pensieri di disfatta, prima di salire sul palco. Dev’essere l’indole del personaggio ad incupire tanto gli attori, ad amplificare le loro paure… libera la mente, se puoi, da ciò che ti turba: quando salirai sul palco Amleto prenderà il tuo posto. Coraggio Principe, tutto Quartello è con te!

Guglielmo salutò la signora Ford e Page e tornò al suo copione: doveva farcela per il quartiere, per tutte le persone che avevano creduto e lavorato  affinchè Quartello potesse avere un centro culturale, un luogo in cui i ragazzi potessero riunirsi e coltivare i loro interessi, anzichè annoiarsi nei Giardini strafogandosi di pizze, panini e birre, i cui resti giacevano mestamente fuori dai cestini della spazzatura, quasi ogni fine settimana.

Liberare la mente. Gli occhi di Guglielmo si spostarono dal copione al suo blocco d’appunti.

Oh, siano i miei fogli, allora, l’eloquenza!

Scriverò, così parlerà il mio cuore. Elisabetta capirà, andrà oltre le chiacchiere di quel mediocre Rosencrantz che le ronza intorno, parla ancora e di più, ma le sue sono vuote lusinghe ad Elisabetta.

Oh, impara a leggere ciò che il silenzioso amore ha scritto… e Quartello avrà il suo corrucciato Principe!

Guglielmo prese in mano la matita e tracciò sul foglio bianco la prima parola.

***

As an unperfect actor on the stage,                                                                                             

Who with his fear is put besides his part,

Or some fierce thing replete with too much rage,

Whose strenght’s abundance weakens his own heart; 

So I, for fear of trust, forget to say

The perfect ceremony of love’s rite,

And in mine own love’s strenght seem to decay,

O’ercharged with burden of mine own love’s might.

O, let my books be then the eloquence

And dumb presagers of my speaking breast,

Who plead for love and look for recompense

More than that tongue that more hath more expressed.

   O, learn to read what silent love hath writ; 

   To hear with eyes belongs to love’s fine wit.

 

Come un imperfetto attore sulla scena

che per paura scorda la sua parte,

o come un essere feroce colmo d’eccessiva furia,

a cui l’abbondanza della forza indebolisce il cuore;

così io, per paura e per sfiducia, dimentico di dire

la perfetta cerimonia del rituale d’amore,

e, nella  forza stessa del mio amore, mi sento svigorire,

 sopraffatto dal fardello della sua potenza.

Oh, siano i miei fogli, allora, l’eloquenza

e gli  àuguri muti del mio parlante petto,

che chiedono amore e attendono una ricompensa

che sia più grande che per quella lingua che più e di più ha espresso.

   Oh, impara a leggere ciò che il silenzioso amore ha scritto;

udir con gli occhi s’addice al fine ingegno dell’amore.

***

Questo post shakespeariano partecipa, con un po’ di ritardo, ai festeggiamenti per il compleanno di William Shakespeare. I bloggers di tutto il mondo hanno scritto di lui e delle sue opere in quest’ultima settimana di Aprile: esiste forse un regalo migliore per il Bardo, che non celebrarlo attraverso il più moderno e democratico sistema di comunicazione che abbiamo a disposizione?

Personalmente ho voluto scrivere una sorta di “parafrasi” (molto libera!) del sonetto numero 23, coinvolgendo anche Quartello ed esprimendo la speranza che presto un giovane Guglielmo sosti corrucciato nei Giardini di Via Fiume, intento a prepararsi per una prima davvero speciale.

Non sarebbe meraviglioso, se a Quartello esistesse un centro culturale in cui studiare recitazione e una Piazza dei Fortini in cui allestire un palcoscenico?

Ringrazio Clarina, che nel suo blog sempre accattivante Senza errori di stumpa, ha segnalato l’iniziativa “Happy Birthday Shakespeare”.

Un saluto,

Della 

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“Imparerà la pazienza…”

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Luke è troppo vecchio per imparare, la rabbia e la frustrazione sono potenti in lui, perché desidera vendicare la morte di suo padre e del suo mentore Obi-Wan Kenobi. Non c’è tempo per un addestramento canonico e l’unico Jedi che potrebbe insegnare la Forza a Luke è il vecchio Yoda, a cui basta un’occhiata per capire che tipo sia il giovane Skywalker.

“Imparerà la pazienza…” ammicca lo spirito luminescente di Obi-Wan “Non ero anch’io come lui?”. No, in effetti scopriremo un giovane Obi-Wan inaspettatamente prudente nella trilogia iniziale di Star Wars, ma ciò che conta è che Luke venga addestrato, perché questo giovanotto sprovveduto e un tantino lagnoso rappresenta l’ultima speranza, l’ultimo cavaliere Jedi che possa provare ad opporsi all’Imperatore e al suo Comandante, Darth Vader.

Ok ok, lo so che la storia la conoscete tutti, ma il punto è proprio questo: considerando che il primo episodio ( che poi sarebbe il quarto…) è uscito nel 1977, si potrebbe pensare che i fan di Star Wars siano degli irriducibili ultra-trentenni che non giudicano razionalmente il valore delle trilogie, in quanto legati ai film da puro e semplice affetto; se vi prendeste la briga di leggere qualche recensione degli anni ’70/’80, scoprireste che la critica non ha risparmiato George Lucas, negli Stati Uniti come in Europa, per non parlare dell’Italia.  Non mi dilungo: Star Wars è accusato di essere insopportabilmente semplicistico,  eppure è anche una delle storie più amate dal pubblico di tutti i tempi. Le fonti a cui si è ispirato George Lucas sono innumerevoli e “alte”, forse è questo il motivo per cui trasporle attraverso un duello con le spade laser ha provocato conati di vomito agli illustri critici.

E’ un “dramma semplice”, padre contro figlio, quanto alla Forza, difficile capire dove cominci il Lato Oscuro, perché pur sempre di Forza si tratta. E c’è la principessa guerriera, il bastardo impenitente (non poi tanto), gli amici fidati, i duelli di spada e di astronavi. Affetto, certo, quello di chi ha potuto godersi i film nel tempo, ma anche una storia semplicemente accattivante, universale, come lo sono quelle dell’epica e dei poemi cavallereschi, colma di “topoi”, quei “luoghi” delle storie che ricorrono, in cui ci riconosciamo anche se non impugniamo spade laser e i nostri padri non respirano mefiticamente sotto un elmo a scodella nero e lucido.

Star Wars è riduttivo? Forse. Se vuoi sentir cantare di duelli e spade e amori leggi di Orlando, se desideri ascoltare di viaggi avventurosi, chi meglio di Ulisse potrebbe guidarti all’avventura? Li ho sentiti a scuola, questi discorsi, ero alle medie, e li ritrovo ancora oggi, spesso, nelle critiche che leggo, non ad un film o ad un libro in particolare, ma piuttosto ad un genere, non saprei come definirlo con una sola parola, ma laddove osa la Fantasia spesso si nasconde chi vorrebbe costruire uno steccato, chi dice “è roba da bambini”, o peggio, “è ridicolo”.

Le storie di Ulisse e di Orlando non hanno eguali, ma come farle apprezzare a chi ormai ne fruisce  solo fra i banchi di scuola, attraverso la voce di chi  propone racconti meravigliosi come se ti stesse somministrando una supposta?

Curiosità, se si riesce a stuzzicarla, il gioco è fatto, perché di gioco si tratta, non di compiti per casa. La Forza allora ci fa riflettere sull’uso che si può fare del Potere, sull’uso che ne fanno un padre e un figlio e sullo scontro che ne deriva, ma c’è di più, perché, come Oliver Twist, potremmo voler chiedere “un’altra scodella”.  Altre storie, altri eroi, ancora e ancora, fino ad esclamare: come somiglia al dottor Faustus questo Anakin Skywalker!

Affetto, dicevamo, di fan che hanno una certa età. Eppure anche i bambini di 7 anni conoscono Darth Vader, amano Guerre Stellari, non solo la trilogia più recente colma di effetti speciali, ma anche i vecchi film… evviva! Anche perché, diciamocelo, non fa mai male credere nella Forza, non si sa mai cosa potrebbe succedere… imparando la pazienza!

Che la forza sia con voi! (cliccate!)

Un saluto,

Della

Pomeriggio ad Avonlea

 

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Questa bambina dagli occhi grandi come laghi, i capelli ordinatamente pettinati con riga in mezzo e trecce e l’espressione vagamente enigmatica è Lucy Maud Montgomery, nata nell’Isola di Prince Edward, in Canada, nel 1874. Forse se vi dicessi che è una delle più brave scrittrici dell’universo conosciuto e che in questa foto assomiglia terribilmente alla sua eroina più famosa, la riconoscereste per l’autrice di Anne of Green Gables (1908), nota in Italia come Anna dai capelli rossi; la vita di Lucy M. Montgomery somiglia così tanto ad un romanzo che un breve riassunto non le renderebbe giustizia, ma basterebbe leggere qualche notizia anche solo su Wikipedia per capire quanto la vita di Maud abbia contribuito a dare spessore a quella di Anne.

 

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Le vicende tragicomiche di Anne sono note al grande pubblico soprattutto grazie al cartone animato della Nippon Animation, trasmesso in Italia dalla Rai a partire dal 1980: l’anime di Anne dura 50 episodi, che ricalcano fedelmente i romanzi della Montgomery, perfino nei dialoghi. La fedeltà ai romanzi, la caratterizzazione delicata dei personaggi, la bellezza “impressionista” degli scenari (non dimentichiamoci che c’è lo zampino del mitico Hayao Miyazaki… per intenderci, dico solo Conan!), fanno di questo cartone animato un piccolo capolavoro, che da bambina mi ha appassionato e incuriosito al punto da cercare tutte le informazioni possibili sulla irresistibile ragazzina dalle trecce rosse: posso affermare che è stato grazie a questo cartone animato che ho letto una serie di romanzi su Anne, Gilbert e i loro figli, le cui storie coprono un lasso di tempo di circa 60 anni, fino alla prima guerra mondiale. Ad essere sincera non ho ancora finito di leggere la saga di Anne, anche perché non tutti i romanzi sono stati pubblicati in italiano: su Amazon si trova qualcosa in lingua originale, ma se il vostro libraio è spettacolare come il mio, sarà in grado di farvi arrivare i volumi in libreria… diciamocelo, tutta un’altra cosa!

La storia di Anne, in particolare la sua infanzia, si svolge nell’Isola di Prince Edward, più precisamente nella cittadina di Avonlea, dove Lucy M. Montgomery ha ambientato anche una serie di storie “parallele”, che talvolta si intrecciano con quella della sua più nota eroina; in particolare The Story Girl (1911)  e The Golden Road (1913) raccontano le vicende di alcune famiglie di Avonlea, privilegiando il punto di vista dei personaggi più giovani, la cui vita la scorre talvolta serenamente, talvolta dolorosamente… perché è vita reale. Forse è proprio questo l’aspetto che preferisco della poetica di Lucy M. Montgomery, la sua ammirevole capacità di descrivere l’incanto dell’infanzia senza separarla dalla realtà, perché l’incanto rimane tale nonostante i dolori della vita non risparmino i giovanissimi protagonisti; “The Golden Road”, la via dorata dell’infanzia diventa così ancora più preziosa, perché sarà un rifugio in cui passeggiare in ogni momento della vita per ritrovare se stessi.

The Story Girl e The Golden Road sono i due romanzi da cui è tratto il telefilm “Road to Avonlea”, trasmesso su Rai 3 alle 15.05 circa dal lunedì al venerdì; prodotto dalla Sullivan Entertainment (la stessa casa di produzione che ha curato la serie ispirata ad Anne dai capelli rossi e che in Canada e in America ha avuto un enorme successo di pubblico), il telefilm consta di ben 7 serie e racconta le vicende della piccola Sara Stanley e dei suoi cugini Felicity, Felix e Cecily King, intorno ai quali ruotano un’infinità di personaggi davvero meravigliosi, cito per tutti la terribile zia Hetty King e il giovane violinista e guardiano del faro Gus Pike.

 

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Naturalmente ciascuno di noi ha i propri gusti in fatto di libri, film e telefilm, ma se vi capita di essere a casa alle tre del pomeriggio e come me trovate insopportabili i programmi di pseudo-cronaca  di tutti i colori che trasmettono a quell’ora, lasciatevi trasportare ad Avonlea e godetevi un po’ di quell’incanto che questa serie saprà regalarvi. Che dire per convincervi? L’Isola di Prince Edward è uno scenario incantevole in ogni stagione (la mia preferita è l’inverno sempre nevoso…), i costumi sono curati in ogni dettaglio, non solo quelli vaporosi di tulle delle donne, ma anche gli abiti maschili da ballo, da cricket e da lavoro, le sceneggiature non sono mai banali e il tema principale di ogni episodio è sempre trattato da diversi punti di vista, mai in modo superficiale… e, ah, i giovani attori!

 

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Potreste mai pensare ad un Felix King con un’altra faccia? Seguite qualche episodio della serie e sono sicura che sarete d’accordo con me!

 

Personalmente adoro questo telefilm (penso si sia capito ormai…), perché si tratta di uno di quei rari casi in cui un programma televisivo mi ha trasmesso le stesse emozioni di un romanzo, ma non sarei sincera se non dicessi che ho dei bellissimi ricordi legati alla prima volta che ho visto questa serie e che me la fanno amare ancor di più.

Grazie a mia madre, che si godeva queste storie e me le ha fatte conoscere.

Un saluto,

Della

Chi l’ha ri-visto?

923455317.jpgIeri sera mi sono fatta coraggio e ho aperto lo scatolone delle videocassette. Quando si cambia casa ci sono delle priorità e di certo sistemare i vecchi e cigolanti vhs non rientra fra queste ultime, soprattutto perché “la ragione” minaccia -Vanno in cantina!- e “il sentimento” titilla -Stipale nella credenza in salone, tanto lì nessuno le vede-. Ho moltissimi film in videocassetta, originali (i miei preferiti) e registrati dalla tv  (quando ancora registrare un programma significava semplicemente premere “Rec”), nonché stralci di eventi sportivi di varia natura, dai gran premi di Formula 1 in cui Eddie Irvine rischiò di vincere il mondiale (l’uomo-scucchia Schumacher si era fratturato a Silverstone) al pattinaggio su ghiaccio dei tempi di Viktor Petrenko, il campione ucraino dai tripli Axel perfetti che non disdegnava un “Let’s twist again!”, all’occorrenza.

Scorrere i titoli sulle etichette (che si stanno tristemente scollando… ne avessi attaccata una dritta, poi) e leggere il bel post di Clarina dedicato a Star Wars, mi ha fatto pensare a quei film che, per quanto li abbia visti ormai un miliardo di volte, non posso fare a meno di riguardare ogni qualvolta se ne presenta l’occasione: film calamita, insomma, totem cinematografici non sempre di  qualità, lo ammetto, ma che DEVO rivedere, una volta di più, perché non potrei proprio staccarmi dallo schermo, fisicamente intendo… insomma, non tutti sono film che hanno fatto la storia del cinema (quelli, appunto, servono a fare la storia del cinema J), ma tant’è, ecco alcuni dei miei “film feticcio”.

1) Star Wars di George Lucas (Episodio IV: “ Una nuova speranza” e VI: “Il ritorno dello Jedi”, soprattutto, perché ne “L’impero colpisce ancora” mettono Han Solo nella grafite e ogni volta è un trauma…);

2) Il Signore degli Anelli di Peter Jackson (Tutta la trilogia e pure in versione estesa… avete presente Hobbiton e la Contea all’inizio de “La Compagnia dell’Anello”? Ecco, io non posso proprio resistere agli hobbit… come si fa a non volerli seguire nel loro viaggio?);

3) Ritorno al Futuro (in particolare il primo film della trilogia… Michael J. Fox mi fa troppo ridere!);

4) Indiana Jones di Steven Spielberg (soprattutto “I predatori dell’Arca perduta” e “L’ultima crociata”… Sean Connery papà di Indy, non ci sono parole…);

5) Molto rumore per nulla di Kenneth Branagh (la performance di Kenneth-Benedetto e Emma Thompson-Beatrice è impareggiabile, secondo me);

6) Nel bel mezzo di un gelido inverno di Kenneth Branagh (una commedia su Amleto, sul teatro, sul Natale… attori perfetti, dialoghi e battute studiatissimi ed esilaranti);

7) Robin Hood, principe dei ladri di Kevin Reynolds (ok, Russel Crowe, alla presentazione del suo bel Robin di Ridley Scott definì il film con Kevin Costner un “videoclip degli Aerosmith”… forse non ha tutti i torti, ma vogliamo mettere il Moro Morgan Freeman e lo Sceriffo di Nottingham Alan Rickman?);

8) Pretty Woman di  Garry Marshall (Cenerentola a Hollywood, lo so… );

9) Quattro Matrimoni e Un Funerale di  Mike Newell (Hugh Grant nel SUO ruolo);

10) Mamma ho perso l’aereo di Chris Columbus (uno dei film irrinunciabili a Natale…);

11) Strange days di Kathrine Bigelow (la fine del millennio incombe sui due protagonisti, Lenny Nero-Ralph Fiennes, bastardo forse in cerca di redenzione, e Mace Mason-Angela Basset, una tipa davvero tosta!);

12) Mrs Doubtfire di Chris Columbus (Robin Williams mammo: -Sono donna da un giorno e ho già le vampate!);

13) Camera con Vista di James Ivory (la storia d’amore più romantica che possa esistere, punto!);

14) Quel che resta del giorno di James Ivory (la storia d’amore più straziante che possa esistere, ri-punto!);

15) I Goonies di Richard Donner (bè… credo che tutti noi da ragazzi abbiamo sognato di viverre un’avventura del genere, a caccia di Willy L’orbo…);

16) Master and Commander di Peter Weir (AVVENTURA! AVVENTURA A TRIBORDO!!!);

17) Ballroom di Baz Luhrman (un film surreal-danzerino-kitch davvero divertente!).

Mi fermo a 17, non sono scaramantica!

E voi, quali sono i vostri film feticcio, quelli che non vi stanchereste mai e poi mai di vedere? Non barate, se tirate fuori Stanley Kubrik… non vi crede nessuno! Scherzo, scherzo…

Un saluto da Quartello,

Della

PS: Allora che ne faccio delle videocassette???